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Il Servizio Civile: tra volontariato e professione



La crescita professionale e personale ottenuta attraverso azioni di solidarietà nei confronti dei più deboli. Un’attività che, negli ultimi anni, ha ottenuto sempre maggiore considerazione sia da parte di chi decide di partecipare in prima persona, sia da parte di scuole di formazione nonché da nuove realtà imprenditoriali. Si era già affrontato il tema nella 15a edizione (ottobre 2009) di questa guida, con un’intervista a Marco Crescenzi, fondatore e presidente di ASVI (Agenzia per lo Sviluppo del Non Profit) e coordinatore di Leader2Leader (Network dei dirigenti Non Profit italiani), facendo un’analisi settoriale e sulle opportunità lavorative offerte. Dal suo intervento e dalle informazioni raccolte dall’Osservatorio sulle Professioni e il Lavoro del Non Profit, si era palesato che in Italia questo settore lavorativo è sottodimensionato rispetto alle reali potenzialità occupazionali. La media europea di occupati è circa il 6,5% mentre quella italiana è attorno al 2%, negli Usa è oltre il 7%, in Olanda e in Belgio la soglia è del 13%. Numericamente si parla di un milione di lavoratori impegnati nei servizi socio-sanitari, nella cooperazione internazionale, nel turismo sociale e di 5 milioni di volontari (il volontariato è una parte del Non Profit).
Per i laureati ci sono tre posizioni professionali richiestissime dal mercato, a cominciare dal Fundraiser, una figura che si occupa di raccolta fondi per le organizzazioni per cui lavora ma, soprattutto, con il compito di creare favore e attenzione attorno all’organizzazione. Seguono il Project Manager della Cooperazione Internazionale (ambìto da laureati in scienze politiche o ingegneria) e l’Europrogettista, figura specializzata nello sviluppare i progetti per recepire i finanziamenti dell’Unione Europea. Crescenzi aveva evidenziato che «di solito chi entra nel settore entra motivato a rimanerci. Spesso arrivano dal for-profit, manager che cambiano campo operativo, che vogliono lavorare specificamente nel Non Profit. Non lo usano come trampolino di lancio verso altri ambienti, bensì lo considerano come punto di arrivo».
Decidere di approdare professionalmente al Non Profit può avvenire seguendo molti percorsi, uno dei quali potrebbe essere quello di affrontare il Servizio Civile. Le aree di intervento nelle quali è possibile prestare il servizio civile, infatti, sono riconducibili ai settori dell’assistenza, della protezione civile, dell’ambiente, del patrimonio artistico e culturale, dell’educazione e promozione culturale. Si potrebbe delineare una triplice valenza per la prestazione del servizio civile. La prima è quella strettamente umana e personale, un arricchimento del proprio bagaglio culturale ed emotivo che porta ad avere una visione meno egocentrica della realtà che ci circonda. C’è poi l’aspetto pratico, chi decide di affrontare questa esperienza può ottenere crediti formativi, riconosciuti nell’ambìto dell’istruzione e della formazione professionale in riferimento a specifici corsi di laurea, oltre ad essere elemento di valutazione in concorsi pubblici per accedere a settori specializzati. Infine, e qui ci si riallaccia alla possibilità di lavorare nel Non Profit, vivere un’esperienza diretta a contatto con enti operanti nel sociale a vari livelli può offrire l’opportunità di valutare, dall’interno, eventuali sbocchi professionali in un settore che, si diceva, in Italia è in crescita e all’estero è già ben strutturato.
Per approfondire l’argomento abbiamo intervistato l’onorevole Leonzio Borea, direttore generale dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile (ente che ne cura l’organizzazione, l’attuazione e lo svolgimento, nonché la programmazione, l’indirizzo, il coordinamento ed il controllo, elaborando le direttive ed individuando gli obiettivi degli interventi).


 
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