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Il Colloquio - Intervista a Lucia Di Franco

Intervista a Lucia Di Franco
analistamotivazionale e chairman di Periscope,
agenzia di ricerche di mercato


Che ricerche fare prima di affrontare un colloquio per capire chi si ha davanti?
Per prima cosa guarderei quante filiali ha l’azienda che mi ha convocato (se sono tante immagino che la struttura sia più fluida e sciolta) e, sul sito Internet, i prodotti e servizi che offre. Allo stesso tempo però darei un’occhiata anche alla concorrenza, per avere una visione d’insieme del mercato in cui opera e capire com’è strutturato (poche aziende grandi? molte e piccole?…). Cercherei di capire dove si trova la sede in cui andrei a lavorare, non solo per rendermi conto dei tempi di spostamento e soppesare anche questo elemento, ma anche per immaginarmi le mie future giornate: se gli uffici sono in una zona servita e piena di negozi, allora è possibile ottimizzare le pause a beneficio del proprio tempo libero (commissioni, etc); in caso contrario, come può essere la struttura in mezzo alla campagna, raggiungibile solo con la navetta, la pausa non può essere utilizzata in alcun modo, per cui si tende ad accorciarla e a limitarla ad un veloce pranzo in mensa per poi rimettersi subito dopo alla scrivania. Ma soprattutto aumenta il senso di frustrazione, quasi una sindrome da pollaio a batteria.

Quali indizi valuti durante un colloquio?
Davanti a un head hunter io cercherei di capire la persona a pelle per ottenere più informazioni possibile. Dal livello di coinvolgimento e di attenzione che mostra durante il colloquio, da quanta cura pone nel descrivere il profilo, da quanti argomenti mette per “vendere” la posizione, si può comunque capire se ha molti candidati a disposizione oppure no. È chiaro ad esempio che se un selezionatore fa due domande molto asciutte e poi saluta, vuol dire che ha una vasta possibilità di scelta oltre a me. Se invece il colloquio avviene in azienda, allora ci sono vari indici. Il luogo in cui si svolge, ad esempio, indica il livello di pianificazione del recruiting: un conto è trovarsi in un setting ad hoc, dove ci sono i moduli da compilare, vengono offerte le bibite o le caramelle, etc, e un conto quando ci si trova o nella sala riunioni o addirittura nell’ufficio del futuro capo (in tal caso è evidente che il colloquio viene fatto sul bisogno, d’urgenza). Per capire il clima aziendale invece è sufficiente osservare la receptionist: è lei l’anello finale di tutta una serie di frustrazioni o soddisfazioni. Poi ci sono altre cose: quanto spesso squilla il telefono e quanto casino c’è segnalano il livello di fermento; la vetustà delle forniture ufficio denota la funzionalità del business così come, all’opposto, l’estrema attenzione al design rivela un’attività molto markettara e legata all’immagine; l’attenzione che le donne pongono a hair style e make up è indice di ambiente seduttivo (cosa che secondo me lo rende anche più piacevole), mentre la cura del vestiario (es.: un dress code aggressivo, tipo tayeur griffati, etc.) è segno di alta competitività femminile (stavolta non per l’uomo ma per la carriera).

C’è qualcosa in particolare che ti colpisce positivamente o negativamente?
Una cosa che non mi piace durante i colloqui sono le domande che non riguardano il lavoro: è vero che si deve valutare la persona e non solo una somma di competenze, ma secondo me si può tranquillamente capire chi si ha di fronte mentre si parla di lavoro, mentre warm up eccessivamente lunghi e domande troppo divaganti mi sono sempre sembrati una gran perdita di tempo. Diffido inoltre di quei colloqui overpromising: si parla di grandi progetti, grandi idee e grandi prospettive… ma di fatto non è mai stato realizzato niente. Diffido allo stesso modo della situazione opposta: quella in cui non vengono date informazioni, si viene lasciati all’oscuro di tutto. Una cosa che apprezzo molto è quando il selezionatore si apre e mette a parte di informazioni che non è tenuto a dare: ad esempio quante persone ha già visto, etc. Oppure quando valuta il profilo anche per altre posizioni e magari le illustra per sapere se il candidato è d’accordo.

Che domande fare a un selezionatore?
Se il colloquio è per sostituire qualcuno, io chiederei informazioni su questa persona: cosa faceva, cosa le riusciva particolarmente bene, cosa invece poteva essere migliorato… Altra cosa molto importante è capire quale bisogno c’è dietro alla ricerca di personale, perché in questo modo il profilo diventa più concreto, più operativo.

Hai qualche esperienza interessante da raccontare?
Nella mia esperienza gli uomini sono dei pessimi selezionatori di donne, perché durante il colloquio si instaurano delle dinamiche seduttive che, in qualche modo, lo viziano. E’ come se il selezionatore assumesse un atteggiamento giudicante nei confronti della persona che va a tutto discapito della valutazione delle capacità della persona. Volendo provocare ed estremizzare, con gli uomini si gioca e con le donne si parla di lavoro. Mi è capitato una volta un head hunter che mi ha chiesto con voce melliflua (ed avevo già alle spalle anni di lavoro): cosa vuoi fare da grande? Al che ho risposto: la fatina. E lui, imperterrito, ha scritto la fatina nei suoi appunti. Un altro invece mi ha chiesto (e lì ero alle prime armi): ma insomma, cos’è che sa fare lei? Era una domanda palesemente denigratoria: cosa può saper fare una persona alla prima esperienza di lavoro? E infatti poi mi ha offerto un lavoro a cui non ero assolutamente interessata con un atteggiamento tipo “siccome tu non sai fare niente e io non ho nient’altro, toh, tieni questo!”. Naturalmente ho rifiutato.

Che consigli daresti ad un neolaureato?
Che ogni esperienza ha qualcosa da insegnare, soprattutto quelle sbagliate: fanno le ossa, permettono di imparare a gestire la frustrazione e ad apprezzare le esperienze positive. Che è importante accettare di fare qualsiasi cosa, pur di mettersi in vista. Che uno degli elementi dell’esperienza lavorativa è la persona che la vive, con la sua voglia di mettersi in discussione e trarne qualcosa.